La teoria dei piccoli mondi

Negli anni ’60, Stanley Milgram, il sociologo che svolse gli esperimenti sull’eteronomia dell’essere umano, fece un esperimento chiave per comprendere meglio l’estensione e la lunghezza delle reti sociali. Le sue osservazioni, riprese e sviluppate nel tempo, rientrano in quella che si definisce “teoria dei piccoli mondi”, che dimostra un collegamento tra individui sconosciuti, mediato da pochi gradi di separazione.

Fece un esperimento in cui chiese ad un certo numero di Americani, tutti residenti in uno stato, di mandare un pacco ad una persona sconosciuta residente in un altro stato. Le persone che dovevano spedire il pacco conoscevano nome e professione dei destinatari. La strategia secondo cui si doveva svolgere l’esperimento era quella di inviare il pacco ad una persona conosciuta, che avesse il maggior numero di probabilità di conoscere il destinatario finale e così via, fino a consegna del pacco. I passaggi necessari tra il primo mittente e il ricevente furono mediamente sei.

Facebook e i social network funzionano esattamente nello stesso modo. Man mano che il numero di iscritti aumenta, questa rete di rapporti si completa e vi troverete circondati da persone che non conoscete e che si trovano magari lontanissime nello spazio, alle quali scoprirete di essere uniti da amici comuni, che conoscete benissimo. Questo apre una serie interessantissima di scenari, nei quali la raccolta delle nostre informazioni ed il confronto, tipo bootstrap, con quelle ottenute dai componenti delle reti sociali a noi prossime permette una gerarchizzazione statistica e sociologica dei dati di ogni singolo individuo, che prima dei social network era assolutamente impensabile.

Fin che Stories non ci separi

Non sono uno che ama la brevità e nemmeno l’eccessiva lunghezza. Credo che saper usare la quantità di parole giuste per spiegarsi in maniera appropriata sia un’arte e, in un certo senso, una forma di rispetto nei confronti degli interlocutori. Quando poi si parla di scienza, la scelta dell’eccessiva brevità come paradigma comunicativo dei nuovi media, non può che risultare dannosa alla corretta rappresentazione della ricerca verso persone che hanno bisogno di tempo e di dettagli per capire ciò che a noi è molto palese per motivi di frequentazione quotidiana. Magari una delle prossime volte possiamo sviscerare questo argomento, ma al momento mi preme una questione a cui sto pensando da un po’ di tempo. Continua a leggere Fin che Stories non ci separi

Aggressività e nuovi media: un binomio strettamente interconnesso

Gli studi psico-sociologici del secolo scorso hanno posto delle pietre angolari a proposito della comprensione del comportamento umano. Le conclusioni degli studi più importanti forniscono un’immagine dell’essere umano piuttosto negativa, ma assolutamente realistica, che ci aiuta a capirne le reali intenzioni, le tensioni, le ambizioni e a decifrarne i comportamenti.

Tra questi studi, uno fu addirittura interrotto prima della conclusione programmata, a causa del comportamento dei soggetti che ne avevano preso parte. Questo esperimento servì a mettere a fuoco un fenomeno chiamato deindividuazione o deindividualizzazione, che consiste nella perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo che si manifesta quando gli uomini siano parte di specifiche dinamiche sociali o di gruppo. In questo casi, l’essere umano assume comportamenti estremamente negativi che il singolo non perseguirebbe mai a causa dei vincoli morali e dell’esposizione personale. Continua a leggere Aggressività e nuovi media: un binomio strettamente interconnesso