Fin che Stories non ci separi

Non sono uno che ama la brevità e nemmeno l’eccessiva lunghezza. Credo che saper usare la quantità di parole giuste per spiegarsi in maniera appropriata sia un’arte e, in un certo senso, una forma di rispetto nei confronti degli interlocutori. Quando poi si parla di scienza, la scelta dell’eccessiva brevità come paradigma comunicativo dei nuovi media, non può che risultare dannosa alla corretta rappresentazione della ricerca verso persone che hanno bisogno di tempo e di dettagli per capire ciò che a noi è molto palese per motivi di frequentazione quotidiana. Magari una delle prossime volte possiamo sviscerare questo argomento, ma al momento mi preme una questione a cui sto pensando da un po’ di tempo.

Quando parlo alle persone di comunicazione sui nuovi media, spesso mi viene posta una domanda. Mi si chiede perché i più giovani considerino Facebook un medium per vecchi e si orientino verso Instagram o ancor più verso Snapchat o altri strumenti di comunicazione volatile (ad esempio, le Stories di Facebook, Instagram e Messenger, che di Snapchat sono una copia). La risposta che ho sempre dato è piuttosto semplice. I social più classici chiedono di avere delle idee, di riflettere, di svilupparle, di raccontarle con le parole e gli strumenti giusti. Tutto questo è estremamente faticoso, soprattutto quando le abilità di scrittura e la ricchezza lessicale non siano sviluppati nella maniera più adeguata. Ad essere onesti, scrivere bene e raccontare è sempre una fatica e, quando non si abbiano gli strumenti giusti, diventa una missione impossibile. Svolgendo parecchia attività didattica universitaria, durante le verifiche devo fare i conti con degli adulti a cui spesso mancano risorse grammaticali, lessicali e sintattiche. Questo non fa che supportare la mia ipotesi, spingendomi in una direzione che ritengo corretta, ma che è soltanto metà della storia. Di fronte a queste considerazioni, la scelta di contenuti volatili può essere un ripiego compatibile con la necessità di apparire, senza la disponibilità di grandi idee da comunicare. Una soluzione di comodo in cui non c’è necessità di impegno per qualcosa che sappiamo già non durerà più di ventiquattro ore. Mi è sempre sembrata una risposta sostenuta da numerose evidenze e mi sembra tale anche oggi.

Però, riflettendo diverse volte su questo argomento, diventa evidente che i contenuti volatili non siano soltanto interesse degli utenti, ma anche dei social media. Facebook ad esempio ha tra i propri obiettivi quello di intrappolare gli utenti all’interno del proprio ambiente, facendo in modo che ne escano il meno possibile. Lì trovano i post degli amici, le news, le previsioni del tempo e il messenger con posta e anche bot per svolgere compiti sempre più complessi. Ogni tanto però succede che le persone escano da Facebook e magari rientrino dopo diverse ore, sapendo che quello che è successo nel frattempo (come se fosse davvero importante) è comunque recuperabile dai diari personali degli utenti o percorrendo a ritroso la timeline mostrata in ordine cronologico. Questo non vale per i contenuti volatili. Quelli, se non ci si connette spesso, finiscono persi. E voi mi direte: «Ma chi se ne frega, tenuto conto che la maggior parte sono sciocchezze che non vale nemmeno la pena di perder tempo a guardare».

Però le cose non funzionano esattamente così. Ci sono giovani che da quando esiste questa iperconnettività raccontano di vivere una situazione di forte disagio. Devono essere sempre connessi per la paura di perdersi qualcosa di più bello, più importante o più divertente di quello che stanno vivendo in un certo istante e in un certo luogo. Così, quando sono in compagnia, non riescono mai a staccarsi dal proprio telefono, alla ricerca di qualcosa di più interessante da fare in un altro luogo e perdono l’occasione di stare bene e di essere felici nella realtà che si sono appena scelti. Immaginate quanto possa essere stressante, per persone come queste, l’idea di perdere dei contenuti volatili e quanto possa essere forte l’impulso di collegarsi periodicamente per controllare cosa stia succedendo.

La volatilità del contenuto in questo caso ha due ragioni di essere: permette un minor impegno da parte di chi propone i contenuti, attestandone però la presenza, e al contempo forza psicologicamente al continuo rientro sui social una fetta di popolazione molto destabilizzata dalla paura di poter restare esclusa da chissà quali eventi imperdibili.

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