Fenomenologia degli influencer e il culto dei cargo

Leggendo un post di Persio, un giorno finisco per scoprire che sull’isola di Tanna esistono gli adoratori di Filippo di Edimburgo. Essi lo ritengono il figlio bianco di uno spirito delle montagne, giunto sulla terra per realizzare alcune delle loro leggende storiche. Vi risparmio il mio punto di vista sul principe Filippo e non mi addentro in considerazioni antroposofiche su questo culto, perché, prima di potermi esprimere, credo che dovrei spendere almeno una vita intera a studiare un fenomeno tanto curioso. Però, cercando un po’ di informazioni a riguardo, scopro che questa religione fa parte dei culti millenaristi e appartiene specificamente al gruppo dei culti del cargo.

Nelle società tribali dell’Oceania, l’incontro con gli occidentali è avvenuto per mare o attraverso aerei ed è stato un fenomeno improvviso, per nulla graduale. Quando avvenne, alle tribù locali mancavano anche i minimi strumenti culturali e interpretativi utili a capire e decodificare il fenomeno, che quindi — come ogni evento incomprensibile — ha trovato agevolmente chiosa nella religione.

Durante la seconda guerra mondiale, le tribù indigene avevano assistito al transito di navi prevalentemente americane e giapponesi, attive nel trasporto di merci e materiali da guerra. Con la fine della guerra, senza nessuna spiegazione, le navi erano scomparse dalla rotta e gli indigeni avevano quindi iniziato una serie di rituali e procedure religiose che, nella loro testa, avevano lo scopo di attrarre nuovamente navi ed aerei per la consegna di nuovi prodotti. A tale proposito, si può osservare che tra gli eventi chiave di questa religione, c’è l’emulazione del comportamento dei militari che gli abitanti avevano avuto occasione di osservare, la riproduzione di modelli grezzi di piste di atterraggio o anche delle radio con cui gli occidentali comunicavano al tempo. Tutto ciò che gli isolani vedevano giungere con le navi o gli aerei: beni, autorevolezza, potere era per loro indiscutibile emanazione divina, che non aveva necessità e non poteva nemmeno essere compresa, ma poteva essere accettata, adorata, emulata, senza mai essere messa in discussione.

È proprio su questi pensieri che mi è venuto in mente il parallelo con un culto analogo, caratterizzato da comportamenti molto simili a quelli degli indigeni che vi ho raccontato. Potremmo definirlo il culto dell’influencer, parola, tra le altre cose, che non amo per nulla.

Anche in questo caso, senza gli adeguati strumenti interpretativi, che sono fondamentali per capire le dinamiche caratterizzanti i nuovi media e i profili di questi soggetti, il rischio è che le persone finiscano per comportarsi esattamente come facevano gli abitanti della Melanesia. L’adorazione e l’emulazione acritica finiscono per essere una reazione psicologica verso un fenomeno numerico e dinamico difficile da comprendere. Le dinamiche dei profili social delle persone che vengono definite influencer, visibilità, successo, scelta dei contenuti, ecc., risultano estremamente complesse da comprendere per chi non conosca bene le modalità operative tipiche dei social media. Interrogativi su come possa una persona che spesso non mostra caratteristiche diverse da quelle delle persone qualunque avere tanta visibilità finiscono per non trovare risposte soddisfacenti, che esistono e sono invece alla portata di chi conosca le dinamiche dei nuovi media. È proprio su questa base che, come è accaduto con il culto del cargo, la più semplice spiegazione del fenomeno è quella fideista, basata sull’accettazione passiva e non sulla comprensione. Apprezzamento ed emulazione diventano le parole chiave.

Pensiamo, ad esempio, a Instagram. Banalmente, è un social network in cui si condividono immagini con una didascalia, che hanno una forma per molti versi simile a quella di una cartolina dalle vacanze. I post sono piccoli francobolli fotografici, in cui spesso le caratteristiche tecniche (e anche quelle artistiche) finiscono per essere del tutto trascurabili, a favore di una modalità fortemente indicale incentrata sulle le attività quotidiane degli utenti. Confrontiamo le caratteristiche del contenuto dei post con quelle dei commenti e ci risulterà semplice capire che il passo tra la difficile comprensione delle dinamiche alla base del successo e l’adorazione è assai breve. Dedicatevi a leggere, ad esempio, i commenti ai post Instagram di persone con visibilità e ritroverete questo genere di lessico: “capolavoro”, “genio”, “impeccabile”, “perfetta”, “opera”, “arte”, “fantastico”. Ora pensate a quello che gli adoratori dei cargo potevano pensare degli occidentali che attraccavano o atterravano con macchine volanti o enormi navi, piene di oggetti mai visti, ma che in realtà non avevano niente di speciale per chi avesse avuto gli strumenti interpretativi giusti.

Basterebbe un’analisi dei profili degli influencer per capire che questo è un fenomeno mediatico alimentato da numeri e dinamiche che necessitano di essere analizzate in maniera critica. Esiste una spiegazione per tutto: per i cargo dell’Oceania e per i numeri degli influencer. Mettiamo da parte i culti, che servono soltanto a giustificare ciò che non sappiamo spiegarci, e impariamo a leggere i fenomeni con l’acquisizione e l’uso di strumenti scientifici.

Vi siete mai chiesti perché ci sono persone su Instagram che hanno un numero esorbitante di seguaci, ma che riescono realmente a muovere una quantità di persone migliaia di volte inferiore? La risposta è lì che vi sta aspettando, basta aver voglia di cercarla, esattamente come il motivo per cui le navi andavano in Oceania durante la seconda guerra mondiale. Non soltanto non c’era nessun dio a muoverle, ma gli indigeni non facevano nemmeno parte delle dinamiche di cui erano diventati prima spettatori e poi inconsapevoli emuli.

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