Aggressività e nuovi media: un binomio strettamente interconnesso

Gli studi psico-sociologici del secolo scorso hanno posto delle pietre angolari a proposito della comprensione del comportamento umano. Le conclusioni degli studi più importanti forniscono un’immagine dell’essere umano piuttosto negativa, ma assolutamente realistica, che ci aiuta a capirne le reali intenzioni, le tensioni, le ambizioni e a decifrarne i comportamenti.

Tra questi studi, uno fu addirittura interrotto prima della conclusione programmata, a causa del comportamento dei soggetti che ne avevano preso parte. Questo esperimento servì a mettere a fuoco un fenomeno chiamato deindividuazione o deindividualizzazione, che consiste nella perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo che si manifesta quando gli uomini siano parte di specifiche dinamiche sociali o di gruppo. In questo casi, l’essere umano assume comportamenti estremamente negativi che il singolo non perseguirebbe mai a causa dei vincoli morali e dell’esposizione personale.

L’esperimento si svolse all’Università di Stanford, presso la quale venne simulato un carcere e i partecipanti vennero divisi in due gruppi: guardie e carcerati. Nel giro di poco tempo il comportamento dei due gruppi divenne drammatico e già dopo 5 giorni i prigionieri mostrarono gravi squilibri emotivi, mente le guardie si comportavano in maniera sempre più prevaricatrice, aggressiva e sadica. I prigionieri erano obbligati ad evacuare in secchi che non venivano nemmeno svuotati. L’interruzione non prevista dell’esperimento fu in realtà un segno di successo dal punto di vista scientifico, ma certamente non facile da accettare dal punto di vista etico.

Forse vi starete chiedendo perché vi ho raccontato questa storia. La risposta è semplice. Le persone che frequentano i social network spesso mostrano segni tipici della deindividuazione, comportandosi in maniera violenta, aggressiva, prevaricatrice e, soprattutto, priva di etica, proprio come fecero i soggetti dell’esperimento di Zimbardo, che vi ho illustrato qui sopra. Pensate all’aggressività di certe persone nei commenti o nelle discussioni, soprattutto quando si parli di politica (caso tipico di identificazione col gruppo; cfr. guardie o carcerati dell’esperimento). Pensate ai fenomeni di cyberbullismo.

Zimbardo, lo scienziato che ideò e condusse questo esperimento, nei propri lavori identifica le principali cause di deindividuazione. Non vi stupirà che tra le prime si possano annoverare: anonimato, responsabilità condivisa o diffusa, con conseguente perdita del senso di responsabilità individuale, possibilità di agire in gruppo. Tutte queste dinamiche sono alla base della comunicazione attraverso i nuovi media.

Alla luce di queste informazioni, immagino che non sia difficile capire che i social network sono un’infrastruttura che favorisce questo tipo di comportamenti, perché permette o agevola l’instaurarsi delle condizioni necessarie affinché si verifichi deindividuazione; ma la deindividuazione non è nel social, bensì è una caratteristica intrinseca dell’essere umano, descritta minuziosamente già negli anni ’70, quando i nuovi media non erano stati ancora nemmeno preconizzati.

E mentre finisco il post, penso ad una frase di una canzone di Mia Martini, “Gli uomini non cambiano”, che dice: “Se l’uomo in gruppo è più cattivo, quando è solo ha più paura”. Parlava di violenza di genere, ma se sostituiamo uomo con essere umano, parliamo di noi, delle nostre peggiori attitudini e della deindividuazione, che Zimbardo definì anche: effetto Lucifero.

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