Piccole riflessioni sull’etica della comunicazione attraverso i nuovi media

Premesso che ognuno ha il diritto di comunicare nei modi e coi mezzi che preferisce e che ritiene più opportuni, dobbiamo ricordare che ogni scelta comunicativa ha conseguenze sia su chi genera e diffonde il messaggio che sui destinatari dello stesso.

Esistono diversi livelli di comunicazione, le cui modalità si adeguano allo scopo da raggiungere. Un uso etico degli strumenti comunicativi prevede che si abbia rispetto del pubblico, che non si omettano volontariamente informazioni che potrebbero generare fraintendimento del messaggio e che si sia coscienti delle conseguenze che gli atti comunicativi portano con sé.

1. Se ho stima della mia audience e se decido di rivolgermi ad essa esattamente come vorrei che essi si rivolgessero a me, con sincerità e senza un secondo fine, quando parlo di un qualunque argomento, cerco di non mentire, di non omettere nulla che sia utile alla comprensione dei fatti e delle intenzioni delle parti in causa. Qualcuno potrà dire che sono prolisso, noioso, poco chiaro e qualcuno sarà contento di aver letto qualcosa di cui non era a conoscenza.

2. Se decido di rappresentare un’azienda in maniera ufficiale, il mio atto comunicativo e quello dell’azienda tendono ad avere punti di contatto, che generano una parziale identificazione tra i miei valori e quelli dell’azienda. Questo può, ovviamente, dispiacere alcune persone, alcuni follower che non condividono i valori dell’azienda o che possono ritenere, giustamente, che la mia libertà di parola sia vincolata da un legame di quasiasi forma con il partener commerciale. Detto in parole semplici, se fosse ancora possibile pubblicizzare le sigarette e decidessi di farlo, sono certo che molti assocerebbero la mia immagine ai gravissimi danni che il fumo arreca alla salute. Verrei associato a sentimenti negativi e probabilmente molti, a ragione, criticherebbero il fatto di aver “venduto” la mia immagine ad una causa che nuoce ai destinatari del messaggio. Inoltre, non sarei una buona controparte nella discussione su questi temi, perché non avrei l’autorevolezza di una persona libera di parlare e di esprimere la propria opinione, ma pagata per rappresentare un’azienda. In questo esempio, ovviamente, le persone che ricevono il mio messaggio comunicativo, sono informate del fatto che ho avuto qualcosa in cambio dall’azienda del tabacco e che sto contribuendo a consolidare l’immaginario che l’azienda vuole proporre al suo pubblico, attraverso l’uso del mio viso e della mia credibilità. L’esempio dell’azienda del tabacco è un estremo, che ho scelto per essere più chiaro rispetto al messaggio che sto cercando di esprimere, ma questo discorso vale, in misura diversa, per qualunque azienda. Se sono oggetto (attenzione, non soggetto, che in queste attività non ha alcun vantaggio a esporsi) di una strategia di marketing, irrimediabilmente alcune proprietà associate all’azienda per cui lavoro saranno trasferite su di me, in un processo di identificazione e condivisione implicita di valori.

3. Diverso ancora è se decido di svolgere attività di marketing indiretto, soprattutto se, per qualunque motivo, decido di omettere il fatto che sto facendo marketing, cioè che ho ricevuto dei soldi o altri benefit da qualcuno in cambio della pubblicazione di un testo, di una fotografia o di un’opinione positiva riguardo a un prodotto. Questa omissione volontaria rende l’atto comunicativo assai poco trasparente e, se viene mescolata ad arte con altre attività personali spontanee, rende indecifrabile il livello di affidabilità della comunicazione personale. Anche in questo caso, nonostante la decisone di accettare questa modalità di comunicazione sia una mia scelta personale e indiscutibile, il pubblico potrebbe sentirsi confuso nel tentativo di interpretare l’autenticità dei miei gesti e delle mie esternazioni o potrebbe infastidirsi del fatto che uso una strategia emozionale per avvicinarlo e che poi inserisco, in maniera occulta e indiretta, attività concordate con aziende, ma non dichiarate né nei dettagli né sommariamente.

Insomma, questa lunga storia per dire che ognuno è libero di comunicare come meglio crede, ma che ogni gesto comunicativo contribuisce ad aggiungere un tassello di un puzzle all’immagine che il pubblico ha di noi. Se l’immagine di noi che vediamo riflessa dall’opinione pubblica non ci piace, vuol dire che stiamo sbagliando qualcosa. La nostra immagine, la credibilità e la fiducia che il pubblico ci dedica potrebbero avere un valore infinitamente più grande di un hard disk o di un rossetto.

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