La mela marcia rovina l’intero barile?

Dan Ariely è un esperto di psicologia e di economia comportamentale, che ha dedicato parecchio tempo a studiare gli aspetti etici della comunicazione e la tendenza umana a mentire.

In diversi esperimenti ha adottato il seguente paradigma: invitava un certo numero di soggetti a sostenere un test, composto da numerose domande piuttosto complesse. Inoltre dava una quantità di tempo insufficiente a risolvere tutti i quesiti. Al termine del tempo, veniva fatta una correzione pubblica del questionario e veniva chiesto ai partecipanti di ricordare il numero di risposte esatte che avevano dato. I partecipanti si recavano poi, uno ad uno, verso un tritadocumenti, nel quale inserivano il proprio test, senza che il numero di risposte esatte venisse fisicamente controllato da nessuno. Subito dopo erano invitati a recarsi alla reception e dichiaravano il numero di domande a cui avevano risposto esattamente, ricevendo una certa quantità di soldi per ogni risposta giusta. Nessuno era a conoscenza del fatto che il tritadocumenti fosse stato modificato, in modo da tagliare soltanto i bordi dei test e lasciare la parte essenziale integra.

Il risultato di questo esperimento ha mostrato che le persone mentivano significativamente sulle proprie abilità, aumentando il numero di risposte corrette che avevano dato e ottenendo quindi più soldi del dovuto.

Questo paradigma sperimentale è stato poi modificato diverse volte, per verificare alcune condizioni nelle quali le persone mentivano con maggiore o minor frequenza.

Ad esempio, Ariely ha dimostrato che mentire per ottenere beni di valore, che non siano denaro contante ma che possano essere barattati subito dopo con questo, incentiva ulteriormente l’attitudine a mentire.
Immaginate lo stesso identico esperimento che vi ho raccontato, durante il quale, per ogni risposta giusta, alla reception, veniva consegnato un gettone in plastica, che poteva essere subito dopo scambiato con una quantità fissa di denaro. L’inserimento nell’esperimento di questo passaggio intermedio aumentava il numero di risposte falsamente corrette che i soggetti in studio dichiaravano. Mentire per un bene che non sia direttamente moneta (in questo caso un gettone, ma metteteci quello che preferite), ma che sia con essa intercambiabile, sembra generare minor pressione morale.

Tra poco ho finito ma, se ce la fate, seguitemi ancora un po’. Complichiamo ulteriormente il paradigma. Immaginate che nella popolazione studiata venga inserito un attore che, certo di non poter essere controllato, dopo pochi secondi dica ad alta voce di aver terminato il test, di avere dato tutte le risposte corrette e si prenda tutti i soldi del premio.
Come immaginate che questo possa condizionare i partecipanti? Ariely osserva che sono incentivati a mentire di più soprattutto se riconoscono nell’attore una persona del proprio “ambiente” e della propria “estrazione sociale”. Dal punto di vista sociologico si parla di “in-group”.
L’esperimento, se non ricordo male, è stato svolto in questo caso con alcuni studenti della Carnagie Mellon University e l’aumento significativo nel numero di risposte false che vi ho appena raccontato sopra si attenuava significativamente quando l’attore indossava una felpa dell’Università Pittsburgh. Questo suggerisce che l’attitudine a mentire di chi frequenta persone che si comportano esplicitamente in maniera non etica è influenzabile secondo uno schema complesso, che tiene conto anche dell’appartenenza al medesimo gruppo sociale.

Ciò che decidiamo di raccontare attraverso i social network: le descrizioni degli avvenimenti, le storie, i succcessi, gli obiettivi raggiunti e anche i fallimenti e le difficoltà sono spesso difficili da verificare, esattamente come sarebbe stato per i risultati dei test di questi esperimenti, se il tritadocumenti non fosse stato modificato ad hoc. Inoltre, anche il fatto di frequentare gruppi omogenei per interesse e spesso per formazione e cultura, oltre che per punto di vista, favorisce significativamente il meccanismo in-/out-group di cui vi ho parlato.

Mi piace molto il lavoro di Ariely e credo che da alcuni semplici esperimenti, pensati e pianificati con cura e in maniera scientifica, si possa imparare molto sulle persone e sulle loro attitudini.

Vi riporto qui l’abstract di una delle pubblicazioni scientifiche che contengono parte degli esperimenti che vi ho raccontato. Da questo articolo è facile trovare anche gli altri, nel caso qualcuno avesse desiderio di approfondire i metodi impiegati.

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