Due parole sulla comunicazione dei risultati della ricerca

In questi ultimi due anni mi hanno invitato a parlare di comunicazione attraverso i nuovi media, con particolare attenzione alla disseminazione dei risultati della ricerca scientifica, in molti atenei e istituzioni del Paese e anche all’estero.
L’assetto comunicativo della ricerca italiana e di quella europea sta cambiando. In Europa i grandi progetti Horizon 2020 prevedono dei piani di comunicazione molto sostanziosi per sensibilizzare i cittadini ai temi considerati rilevanti dalla EU.
In Italia, la fortissima riduzione e discontinuità dei finanziamenti della ricerca di base ha dato un ruolo di rilievo nel commissionare e finanziare ricerca alle organizzazioni non governative (ONG), come ad esempio le fondazioni. Queste organizzazioni chiedono giustamente la presentazione, accanto ai progetti di ricerca, di piani di disseminazione solidi ed efficaci, che seguano la via della ricerca e dell’innovazione responsabili (RRI) e rafforzino contemporanemente anche il brand dei finanziatori.
Ho incontrato tanti, anzi tantissimi ricercatori che al momento della preparazione del piano di comunicazione si sono sentiti inadeguati. Ho spiegato loro quali siano gli strumenti che possono essere utili e in quale ottica dovrebbero essere utilizzati, ma soprattutto ho cercato di convincerli che non esiste un piano di comunicazione buono per tutti i ricercatori e per tutti i progetti di ricerca. Ogni azione deve in prima istanza essere volta all’identificazione dell’audience verso la quale è diretta l’informazione e deve essere costruita per raggiungere il target nel modo più efficace possibile.
Quella della comunicazione scientifica disintermediata è una strada che dobbiamo percorrere in Italia e soprattutto in Europa, anche alla luce delle indicazioni contenute nella Carta Europea dei Ricercatori.
Questo è un argomento estremamente stimolante, che mi piacerebbe continuare a discutere coi colleghi che fanno ricerca e che, presto o tardi, si troveranno a dover gestire in prima persona.
La prima sezione davanti alla quale potrebbero trovarsi è Previous experiences e credo non valga la pena di farsi trovare impreparati.

La teoria dei piccoli mondi

Negli anni ’60, Stanley Milgram, il sociologo che svolse gli esperimenti sull’eteronomia dell’essere umano, fece un esperimento chiave per comprendere meglio l’estensione e la lunghezza delle reti sociali. Le sue osservazioni, riprese e sviluppate nel tempo, rientrano in quella che si definisce “teoria dei piccoli mondi”, che dimostra un collegamento tra individui sconosciuti, mediato da pochi gradi di separazione.

Fece un esperimento in cui chiese ad un certo numero di Americani, tutti residenti in uno stato, di mandare un pacco ad una persona sconosciuta residente in un altro stato. Le persone che dovevano spedire il pacco conoscevano nome e professione dei destinatari. La strategia secondo cui si doveva svolgere l’esperimento era quella di inviare il pacco ad una persona conosciuta, che avesse il maggior numero di probabilità di conoscere il destinatario finale e così via, fino a consegna del pacco. I passaggi necessari tra il primo mittente e il ricevente furono mediamente sei.

Facebook e i social network funzionano esattamente nello stesso modo. Man mano che il numero di iscritti aumenta, questa rete di rapporti si completa e vi troverete circondati da persone che non conoscete e che si trovano magari lontanissime nello spazio, alle quali scoprirete di essere uniti da amici comuni, che conoscete benissimo. Questo apre una serie interessantissima di scenari, nei quali la raccolta delle nostre informazioni ed il confronto, tipo bootstrap, con quelle ottenute dai componenti delle reti sociali a noi prossime permette una gerarchizzazione statistica e sociologica dei dati di ogni singolo individuo, che prima dei social network era assolutamente impensabile.

Fin che Stories non ci separi

Non sono uno che ama la brevità e nemmeno l’eccessiva lunghezza. Credo che saper usare la quantità di parole giuste per spiegarsi in maniera appropriata sia un’arte e, in un certo senso, una forma di rispetto nei confronti degli interlocutori. Quando poi si parla di scienza, la scelta dell’eccessiva brevità come paradigma comunicativo dei nuovi media, non può che risultare dannosa alla corretta rappresentazione della ricerca verso persone che hanno bisogno di tempo e di dettagli per capire ciò che a noi è molto palese per motivi di frequentazione quotidiana. Magari una delle prossime volte possiamo sviscerare questo argomento, ma al momento mi preme una questione a cui sto pensando da un po’ di tempo. Continua a leggere Fin che Stories non ci separi

La Robapazza che strumpallazza

I social network sono una brutta bestia, una di quelle con un corpo soltanto ma più teste, che agiscono secondo i propri desideri, assecondando le proprie aspirazioni, nel tentativo di ottenere ciò che ogni testa ha identificato come il proprio obiettivo.

Diverse volte mi sono ritrovato a leggere accuse di strumentalizzazione della comunicazione a scopo di visibilità e/o di marketing. Sono accuse che non mi riguardano direttamente, dal momento che non utilizzo i social a scopo commerciale, per vendere (direttamente o indirettamente) prodotti, ma che comunque mi infastidiscono molto. Continua a leggere La Robapazza che strumpallazza

Comunicazione scientifica e ricerca ed innovazione responsabile sui nuovi media

La comunicazione scientifica indirizzata alla società civile si configura come una parte assai critica di tutto il sistema ricerca e non è ragionevole che venga principalmente affidata ad un giovane con poca esperienza. Spesso le motivazioni di una scelta del genere tendono a mettere in secondo piano l’esperienza a favore dell’idea che i più giovani siano più avvezzi ai nuovi media e quindi sarebbero più adatti ad un compito editoriale delicato come questo. Non dimenticherei, inoltre, l’effetto dello spostamento semantico operato dal neoliberismo su parole quali ad esempio rottamare, prima dedicata agli oggetti inanimati e senza valore e ora agli esseri umani. Spostamento che ha dato grande rilievo a processi puramente cosmetici di svecchiamento di attività e istituzioni, spingendo sull’idea errata che giovane sia sempre e indiscutibilmente un valore positivo in termini assoluti. Continua a leggere Comunicazione scientifica e ricerca ed innovazione responsabile sui nuovi media

Fenomenologia degli influencer e il culto dei cargo

Leggendo un post di Persio, un giorno finisco per scoprire che sull’isola di Tanna esistono gli adoratori di Filippo di Edimburgo. Essi lo ritengono il figlio bianco di uno spirito delle montagne, giunto sulla terra per realizzare alcune delle loro leggende storiche. Vi risparmio il mio punto di vista sul principe Filippo e non mi addentro in considerazioni antroposofiche su questo culto, perché, prima di potermi esprimere, credo che dovrei spendere almeno una vita intera a studiare un fenomeno tanto curioso. Però, cercando un po’ di informazioni a riguardo, scopro che questa religione fa parte dei culti millenaristi e appartiene specificamente al gruppo dei culti del cargo. Continua a leggere Fenomenologia degli influencer e il culto dei cargo

Aggressività e nuovi media: un binomio strettamente interconnesso

Gli studi psico-sociologici del secolo scorso hanno posto delle pietre angolari a proposito della comprensione del comportamento umano. Le conclusioni degli studi più importanti forniscono un’immagine dell’essere umano piuttosto negativa, ma assolutamente realistica, che ci aiuta a capirne le reali intenzioni, le tensioni, le ambizioni e a decifrarne i comportamenti.

Tra questi studi, uno fu addirittura interrotto prima della conclusione programmata, a causa del comportamento dei soggetti che ne avevano preso parte. Questo esperimento servì a mettere a fuoco un fenomeno chiamato deindividuazione o deindividualizzazione, che consiste nella perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo che si manifesta quando gli uomini siano parte di specifiche dinamiche sociali o di gruppo. In questo casi, l’essere umano assume comportamenti estremamente negativi che il singolo non perseguirebbe mai a causa dei vincoli morali e dell’esposizione personale. Continua a leggere Aggressività e nuovi media: un binomio strettamente interconnesso

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

Le persone mentono mediamente una volta ogni tre interazioni; ogni cinque, se vogliamo essere ottimisti e particolarmente filantropi.

Come possiamo definire una bugia in maniera semplice? Una bugia è una frase che ha come obiettivo quello di indurre gli altri in errore.

Quando parlano, le persone negoziano il proprio desiderio di raccontare la verità con quello di ottenere benefici per sé stessi e di piacere agli altri. Queste forze sono spesso conflittuali e un modo per risolvere la tensione diviene quello di mentire. Continua a leggere Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

Esitazione vaccinale e comunicazione

In questi giorni si sta parlando molto di vaccini, dopo il caso Report e la radiazione dall’albo dei medici di Roberto Gava ad opera dell’Ordine dei Medici della provincia di Treviso.

Proprio qualche giorno fa, ho partecipato con Luca Carra ad un evento su bufale e comunicazione sanitaria sui social network e abbiamo avuto occasione di discutere di buona e di cattiva comunicazione e di quanto la modalità comunicativa scelta possa avere effetto sulla società civile. Continua a leggere Esitazione vaccinale e comunicazione

Comunicare il fallimento

Proviamo a parlare qualche minuto di comunicazione del fallimento?
È un tema negletto per chi si occupa di comunicazione, ma è qualcosa con cui dobbiamo imparare tutti a fare i conti, perché comunicare in maniera onesta e responsabile è un dovere nei confronti dell’opinione pubblica, dei cittadini.
Generalizzando un po’, ma senza allontanarci molto dal vero, possiamo dire che la gran parte dellacomunicazione che passa attraverso i media classici, sia che segua un percorso squisitamente informativo o uno promozionale, non ha mai amato confrontarsi molto con la tematica fallimento. Gli imprenditori di cui ci raccontano i giornali o le trasmissioni radio-televisive sono eleganti, intelligenti e scaltri. Le modelle che acquistano la crema antirughe hanno tutte meno di vent’anni e una pelle perfetta, ovviamente senza rughe, altrimenti si tratta di Jane Fonda. Il politico, a cui venga concesso tempo sui media per raccontarci le promesse che concretizzerà nel caso in cui venga eletto, sembra sempre avere la soluzione semplice a problemi chiari, che poi si rivelano disastri ingestibili. Continua a leggere Comunicare il fallimento