Minime simulazioni di vita

Accanto agli indubbi vantaggi della tecnologia, troviamo sempre anche gli aspetti critici, tanto più grandi quanto più le macchine tendono a simulare in modo convincente le peculiarità degli esseri viventi

Da tempo si parla delle potenziali applicazioni dell’intelligenza artificiale (IA) in farmacia, che potrebbero spaziare dalla gestione del magazzino fino all’interazione con i clienti attraverso dispositivi elettronici. Alle volte mi soffermo a immaginarla come un grande cervello capace di conservare nella memoria tutte le informazioni importanti, di recuperarle ed elaborarle per fornire le risposte adeguate a ogni situazione e perfino di integrare queste informazioni attraverso l’interazione diretta con i clienti. Accanto a queste applicazioni utili nell’ottimizzazione dell’interazione con i pazienti, vi è un altro ambito di applicazione fondamentale nel settore farmaceutico, che riguarda l’analisi dei dati e la conseguente possibilità di fare predizioni, utili per orientare le scelte di mercato. Proprio sull’elevata informatizzazione degli ambienti e sull’uso dell’IA si apre il mondo dell’internet of things, costituito da dispositivi elettronici costantemente collegati alla rete e capaci sia di influenzare l’esperienza utente che di valutare e gestire, per esempio, logistica e situazioni contingenti. Tutte queste prospettive, non più così remote, basate sulla raccolta di informazioni e sull’esecuzione di lavori ripetitivi e pesanti o sull’analisi dei dati attraverso metodi innovatiti, sono molto promettenti e ci prospettano un futuro prossimo che fino a pochi anni fa era impossibile immaginare. Accanto a tutto questo entusiasmo, ci sono però anche una serie di considerazioni etiche, molto importanti, che riguardano lo sviluppo di tecnologie basate su IA e di quelli che chiamiamo robot sociali. Questi ultimi sono macchine capaci di interagire con gli esseri umani, spesso dedicate a compiti specifici. Tra questi compiti, soprattutto in futuro, possiamo immaginare anche quelli di intrattenimento, di assistenza e di cura, tra i quali, monitorare i bambini o gli anziani, somministrare i farmaci e così via. Qualche tempo fa, stavo leggendo un saggio molto interessante di Sherry Turkle, nel quale l’autrice racconta la storia di un’anziana alla quale era stato dato in prova un robot sociale in fase di sviluppo. Il robot aveva le sembianze di un cucciolo di foca e quindi, implicitamente, sfruttava le tipiche fattezze dei cuccioli per mettere a proprio agio la donna, per farla sentire tranquilla e per generare una finta sensazione di empatia. La donna ha iniziato a parlare, raccontando lo strazio che aveva vissuto da giovane, quando aveva perso suo figlio. L’autrice racconta che, osservando la scena dall’esterno, aveva avuto l’impressione che la donna, mentre confidava quel dolore enorme, faticasse a realizzare che quel robot non era in grado di comprendere. Il movimento, l’espressione e le fattezze del robot, anzi, stavano trasmettendo all’anziana l’impressione contraria. Questo robot sociale era diventato il confidente in uno dei momenti più difficili della vita di questa donna, pur non essendo per sua natura in grado di esperire e quindi di comprendere realmente la nascita, il dolore o la morte. Alcuni studiosi si stanno concentrando sugli aspetti etici che l’uso di queste macchine a scopo sociale possono sollevare. Accanto agli indubbi vantaggi della tecnologia, troviamo sempre anche gli aspetti critici, tanto più grandi quanto più le macchine tendono a simulare in modo convincente le peculiarità degli esseri viventi. I robot sociali sono pensati e progettati per aiutarci e per intrattenerci in molti modi differenti, ma in quell’esperienza, in quel racconto il robot sembra sostituire la comprensione umana, mostrando un’empatia e un affetto del tutto artefatti.
Sono convinto che l’introduzione dell’IA in farmacia, nei prossimi anni, sarà di grande aiuto per aumentare l’efficienza del sistema di distribuzione dei farmaci, per contenere gli sprechi ed eventuali errori e per venire incontro in modo più soddisfacente alle aspettative dei clienti o pazienti. L’importante è non dimenticare mai gli aspetti critici che le nuove tecnologie portano con sé.

Vatti a fidare di un algoritmo

I social network ci vendono una loro narrazione che non corrisponde necessariamente ai loro reali interessi strategici. L’importante è saperlo ed essere in grado di ottimizzare i propri sforzi di comunicazione.

La parola EdgeRank vi dice qualcosa? Stiamo ovviamente parlando di social network e per la precisione di Facebook. EdgeRank è il nome del suo vecchio algoritmo, quello su cui la piattaforma social si è basata per stabilire la visibilità di ogni post dal 2009 al 2011. Col tempo, la crescita vertiginosa del numero di utenti e la complessità gestionale del social network blu hanno richiesto molte più variabili di quelle impiegate da EdgeRank per la generazione delle nostre time line.

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Questioni di privacy

Come ci dobbiamo porre nei confronti di una questione delicata come quella dei dati sensibili sui social network?

Mia mamma mi dice sempre che a stare su Facebook poi la gente si fa i fatti miei. Ho cercato più volte di spiegarle che le persone che stanno sui social network sanno quello che decidiamo di raccontare loro e sono stato talmente convincente che ora ha anche lei un profilo Facebook. Detta così fa un po’ ridere, ma la questione della privacy, anche quando non venga percepita in tutta la sua complessità, è una di quelle che preoccupa. Ci preoccupa per la poca chiarezza con cui veniamo informati del destino dei nostri dati sensibili e anche per il fatto che, nonostante le rassicurazioni che ci vengono fornite, spesso abbiamo l’impressione che le cose possano andare in maniera un po’ diversa da come dovrebbero. Continua a leggere Questioni di privacy

Due parole sulla comunicazione dei risultati della ricerca

In questi ultimi due anni mi hanno invitato a parlare di comunicazione attraverso i nuovi media, con particolare attenzione alla disseminazione dei risultati della ricerca scientifica, in molti atenei e istituzioni del Paese e anche all’estero.
L’assetto comunicativo della ricerca italiana e di quella europea sta cambiando. In Europa i grandi progetti Horizon 2020 prevedono dei piani di comunicazione molto sostanziosi per sensibilizzare i cittadini ai temi considerati rilevanti dalla EU. Continua a leggere Due parole sulla comunicazione dei risultati della ricerca

La teoria dei piccoli mondi

Negli anni ’60, Stanley Milgram, il sociologo che svolse gli esperimenti sull’eteronomia dell’essere umano, fece un esperimento chiave per comprendere meglio l’estensione e la lunghezza delle reti sociali. Le sue osservazioni, riprese e sviluppate nel tempo, rientrano in quella che si definisce “teoria dei piccoli mondi”, che dimostra un collegamento tra individui sconosciuti, mediato da pochi gradi di separazione. Continua a leggere La teoria dei piccoli mondi

Fin che Stories non ci separi

Non sono uno che ama la brevità e nemmeno l’eccessiva lunghezza. Credo che saper usare la quantità di parole giuste per spiegarsi in maniera appropriata sia un’arte e, in un certo senso, una forma di rispetto nei confronti degli interlocutori. Quando poi si parla di scienza, la scelta dell’eccessiva brevità come paradigma comunicativo dei nuovi media, non può che risultare dannosa alla corretta rappresentazione della ricerca verso persone che hanno bisogno di tempo e di dettagli per capire ciò che a noi è molto palese per motivi di frequentazione quotidiana. Magari una delle prossime volte possiamo sviscerare questo argomento, ma al momento mi preme una questione a cui sto pensando da un po’ di tempo. Continua a leggere Fin che Stories non ci separi

La Robapazza che strumpallazza

I social network sono una brutta bestia, una di quelle con un corpo soltanto ma più teste, che agiscono secondo i propri desideri, assecondando le proprie aspirazioni, nel tentativo di ottenere ciò che ogni testa ha identificato come il proprio obiettivo.

Diverse volte mi sono ritrovato a leggere accuse di strumentalizzazione della comunicazione a scopo di visibilità e/o di marketing. Sono accuse che non mi riguardano direttamente, dal momento che non utilizzo i social a scopo commerciale, per vendere (direttamente o indirettamente) prodotti, ma che comunque mi infastidiscono molto. Continua a leggere La Robapazza che strumpallazza

Comunicazione scientifica e ricerca ed innovazione responsabile sui nuovi media

La comunicazione scientifica indirizzata alla società civile si configura come una parte assai critica di tutto il sistema ricerca e non è ragionevole che venga principalmente affidata ad un giovane con poca esperienza. Spesso le motivazioni di una scelta del genere tendono a mettere in secondo piano l’esperienza a favore dell’idea che i più giovani siano più avvezzi ai nuovi media e quindi sarebbero più adatti ad un compito editoriale delicato come questo. Non dimenticherei, inoltre, l’effetto dello spostamento semantico operato dal neoliberismo su parole quali ad esempio rottamare, prima dedicata agli oggetti inanimati e senza valore e ora agli esseri umani. Spostamento che ha dato grande rilievo a processi puramente cosmetici di svecchiamento di attività e istituzioni, spingendo sull’idea errata che giovane sia sempre e indiscutibilmente un valore positivo in termini assoluti. Continua a leggere Comunicazione scientifica e ricerca ed innovazione responsabile sui nuovi media

Fenomenologia degli influencer e il culto dei cargo

Leggendo un post di Persio, un giorno finisco per scoprire che sull’isola di Tanna esistono gli adoratori di Filippo di Edimburgo. Essi lo ritengono il figlio bianco di uno spirito delle montagne, giunto sulla terra per realizzare alcune delle loro leggende storiche. Vi risparmio il mio punto di vista sul principe Filippo e non mi addentro in considerazioni antroposofiche su questo culto, perché, prima di potermi esprimere, credo che dovrei spendere almeno una vita intera a studiare un fenomeno tanto curioso. Però, cercando un po’ di informazioni a riguardo, scopro che questa religione fa parte dei culti millenaristi e appartiene specificamente al gruppo dei culti del cargo. Continua a leggere Fenomenologia degli influencer e il culto dei cargo

Aggressività e nuovi media: un binomio strettamente interconnesso

Gli studi psico-sociologici del secolo scorso hanno posto delle pietre angolari a proposito della comprensione del comportamento umano. Le conclusioni degli studi più importanti forniscono un’immagine dell’essere umano piuttosto negativa, ma assolutamente realistica, che ci aiuta a capirne le reali intenzioni, le tensioni, le ambizioni e a decifrarne i comportamenti.

Tra questi studi, uno fu addirittura interrotto prima della conclusione programmata, a causa del comportamento dei soggetti che ne avevano preso parte. Questo esperimento servì a mettere a fuoco un fenomeno chiamato deindividuazione o deindividualizzazione, che consiste nella perdita di autoconsapevolezza e autocontrollo che si manifesta quando gli uomini siano parte di specifiche dinamiche sociali o di gruppo. In questo casi, l’essere umano assume comportamenti estremamente negativi che il singolo non perseguirebbe mai a causa dei vincoli morali e dell’esposizione personale. Continua a leggere Aggressività e nuovi media: un binomio strettamente interconnesso